Metropolitam_Museum_of_Art_by_Simon_FieldhouseIncontriamo Peter Antony in occasione della stampa di “Photography and the American Civil War”, il catalogo della omonima mostra al Metropolitan Museum di New York, che è stata inaugurata il 2 aprile scorso e sarà possibile visitare fino al 2 settembre di quest’anno. L’esposizione ha dato luce alle numerose fotografie che erano conservate nel museo, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dalla battaglia di Gettysburg (1-3 luglio 1863), ricordata come la più sanguinosa della Guerra Civile americana.

Peter Antony lavora presso l’Editorial Department del museo ed è disponibile a raccontarci un po’ di sé e della sua professione. Mentre aspettiamo di incontrarci è al telefono e sta definendo assieme all’autore del libro Jeff Rosenheim, le finiture delle fotografie di sovracoperta.

Potresti parlarci del tuo lavoro al Metropolitan?

Lavoro all’interno dell’Editorial Department del museo. Il nostro dipartimento pubblica circa 30 libri all’anno, tra cataloghi delle esposizioni e delle collezioni del museo e altre pubblicazioni di cultura generale. Oltre a progettare e a produrre i libri ci occupiamo anche della loro promozione, distribuzione e vendita. In sostanza la struttura organizzativa interna potrebbe assomigliare ad una University Press, una casa editrice universitaria, all’interno però di un grande museo d’arte. La nostra realtà editoriale risponde quindi ad un progetto di promozione e valorizzazione della cultura e dell’arte e crea nel contempo, nella realizzazione delle pubblicazioni, nuove opere d’arte. Circa quaranta persone collaborano a questo progetto.

Io sono Chief Production Manager ovvero sono responsabile, all’interno del processo di produzione del libro, di tutti gli aspetti fisici della sua realizzazione: dal design, alla fotografia, alla stampa, alla manifattura: la scelta della carta, la rilegatura.

Con me collaborano sei persone a tempo pieno e altre quattro persone si occupano in particolare di acquisition e promotion.

All’interno di questi aggettivi quali definiscono meglio il tuo lavoro e il tuo ruolo? Emozionante, noioso, difficile, stimolante, modesto, di successo, ricco di relazioni..

Il primo aggettivo che sceglierei è emozionante. Ciò che mi appassiona maggiormente è poter ricreare opere d’arte meravigliose nei libri che produciamo. Mi emoziona molto ricercare, assieme al mio team, il modo per renderle in maniera efficace sulla carta ed è emozionante avere gli stessi obiettivi e poter lavorare insieme per raggiungerli.

In seconda battuta sceglierei di successo. I libri che pubblichiamo hanno vinto numerosi premi per il design o la ricercatezza nella produzione. Ogni testo è come un’opera d’arte che con il mio staff cerchiamo di realizzare con passione.

L’ultimo aggettivo che rappresenta il mio ruolo è ricco di relazioni. Potrei dire che le relazioni interpersonali sono fondamentali nel mio lavoro, mentre non è così per un scrittore dove la relazione primaria è quella con se stesso. Per il mio lavoro invece è essenziale instaurare rapporti di fiducia e rispetto tra collaboratori, sia con i colleghi del dipartimento, sia con persone esterne al Met (il Metropolitan). Con moltissimi ho collaborazioni che durano da diversi anni, con altri, come con Massimo Tonolli, con il quale siamo alla nostra seconda collaborazione, la relazione si sta ancora costruendo. Il tipo di rapporto che si instaura è fondamentale soprattutto quando un progetto presenta dei problemi: si vorrebbe un lavoro fatto meglio oppure lo si vorrebbe più velocemente. Ad esempio con Jeff Rosenheim, con il quale ero al telefono prima per definire alcune scelte operative, esiste un rapporto di fiducia reciproca ormai da molti anni, che ci permette di condividere le scelte dell’altro tranquillamente.

Chiamate il Metropolitan Museum The Met? Un modo familiare di parlare del vostro luogo di lavoro, considerando che è il più grande ed importante museo d’arte al mondo.

Sì è come un nickname.

Parliamo ora della mostra fotografica “Photography and the American Civil War”.

La copertina del libro relativo alla mostraLa copertina del libro relativo alla omonima mostra

C’è un particolare motivo per cui The Met ha voluto questo tema?

The Met è il più grande ed importante museo d’arte al mondo, che colleziona opere d’arte di tutti i tempi. Abbiamo diciassette Curatorial Departments che costantemente si occupano delle collezioni museali ed organizzano le esposizioni: Arte Greca e Romana, Pittura Europea, Fotografia, Disegni, Arte Moderna e Contemporanea, tra gli altri. Ognuno di questi dipartimenti ha un curatore che ha differenti aree di interesse e diverse competenze ed ha come obiettivo quello di studiare e valorizzare le collezioni del museo. Jeff Rosenheim, in occasione delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della Guerra Civile, ha voluto questa mostra per rendere visibili al pubblico le migliaia di foto su questo tema, appartenenti al museo ma che fino ad oggi non erano mai state mostrate. Per arricchire l’esposizione sono state utilizzate anche foto appartenenti a collezioni private.

 

Nella presentazione della mostra, sul sito web, si legge che nonostante siano passati 150 anni, per gli americani questa guerra è ancora una profonda ferita…

E’ inevitabile che lo sia, per l’alto costo di vite umane e nonostante sia passato più di un secolo tutti coloro che vivono e sono cresciuti negli Stati Uniti sono stati direttamente o indirettamente toccati da questa guerra. Nel mio caso è diverso perché nessuno della mia famiglia era negli Stati Uniti durante la Guerra Civile, sono arrivati poi, emigrando da Italia e Inghilterra ed io sono cresciuto in Pennsylvania, nel nord. Probabilmente chi vive al sud, in Georgia o Alabama, dove la guerra si è combattuta, avrebbe una storia diversa da raccontare. Ma tutti noi comunque, conosciamo questo conflitto. Probabilmente anche in Europa avete lo stesso tipo di sentimento nei confronti della Seconda Guerra Mondiale.

Mi chiede dell’Europa e gli racconto di come Verona è stata bombardata, alla fine della guerra, dagli alleati perché punto strategico fascista. Di come i ponti sull’Adige siano stati fatti saltare dai tedeschi e siano poi stati ricostruiti.

Conosci Verona?

La conosco bene perché sono stato qui diverse volte per lavoro. E’ una città che amo molto: mi piace passeggiare tra le sue vie ed osservare il suo passato romano e barocco. Amo molto guardarla dall’alto, da Castel San Pietro ed ammirare il modo in cui è adagiata sul fiume Adige.

Conosco le sue chiese, San Zeno e Sant’Anastasia sono quelle che preferisco ma ne ricordo una in particolare, un po’ nascosta…

 Si ferma e mi disegna una mappa…

e’ una chiesa medievale, tra Castelvecchio e Porta Borsari, su Corso Cavour e si raggiunge attraversando un arco di marmo e passando per un piccolo sagrato. E’ un piccolo gioiello nascosto, ma non ne ricordo il nome.

 So esattamente di cosa sta parlando ed è realmente un piccolo gioiello nascosto. Ma nemmeno io ricordo il nome della chiesa di San Lorenzo, lo trovo solo più tardi e glielo ricordo in una mail.